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Nuovi OGM: un passo indietro per biodiversità, agricoltura e libertà di scelta

Il 17 giugno 2026 il Parlamento europeo ha approvato il nuovo regolamento sulle piante ottenute tramite Nuove Tecniche Genomiche, note anche come NGT, NBT o TEA.

Si tratta di una decisione molto grave, perché apre la strada a una sostanziale deregolamentazione di molti organismi geneticamente modificati di nuova generazione, riducendo o eliminando, per le piante considerate “equivalenti” a quelle convenzionali, obblighi fondamentali come la valutazione preventiva del rischio, la tracciabilità lungo la filiera e l’etichettatura per il consumatore finale.

In questo modo viene indebolito il principio di precauzione, che dovrebbe invece guidare ogni scelta riguardante la salute, l’ambiente, l’agricoltura e la biodiversità.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, già nel 2018, si era pronunciata affermando che gli organismi ottenuti tramite mutagenesi rientrano nella definizione di OGM, quando sono realizzati con tecniche nuove che modificano il materiale genetico in modo non naturale. Nonostante ciò, oggi si tenta di separare i cosiddetti “nuovi OGM” dagli OGM tradizionali, presentandoli come strumenti più precisi, più sicuri e più moderni.

Ma il punto non è solo tecnico. È culturale, agricolo, ambientale ed etico.

Una volta che organismi geneticamente modificati vengono immessi nell’ambiente, il rischio di contaminazione delle colture biologiche, biodinamiche, tradizionali e convenzionali non può essere sottovalutato. Il polline non conosce confini amministrativi, le sementi si spostano, le filiere si intrecciano, e ciò che oggi viene definito “innovazione” potrebbe domani trasformarsi in una perdita irreversibile di biodiversità e libertà agricola.

Un ulteriore problema riguarda il mercato delle sementi. La deregolamentazione delle NGT potrebbe favorire un forte accentramento nelle mani di grandi gruppi agrochimici e multinazionali titolari di brevetti. Questo significa che agricoltori, piccoli produttori e comunità locali rischiano di perdere progressivamente autonomia, dipendendo da sementi brevettate, licenze e vincoli economici sempre più stringenti.

Non si tratta quindi soltanto di scegliere tra innovazione e conservazione. Si tratta di capire quale modello agricolo vogliamo sostenere: un’agricoltura fondata sulla biodiversità, sulla sovranità alimentare, sulla trasparenza e sulla libertà di scelta, oppure un’agricoltura sempre più controllata da pochi soggetti economici globali.

La battaglia, tuttavia, non è finita.

Molte associazioni del mondo biologico, ambientalista, contadino e vegetariano ritengono che una tale deregolamentazione possa risultare incompatibile con principi fondamentali del diritto europeo e internazionale. Per questo si stanno valutando iniziative legali, ricorsi e azioni di mobilitazione per chiedere che tale incompatibilità venga accertata nelle sedi competenti.

Nel frattempo, è fondamentale agire anche dal basso.

È stato rivolto un appello a Comuni e Regioni affinché approvino delibere per dichiarare il proprio territorio libero da nuovi OGM. Alcuni Comuni hanno già fatto questo passo e altri potranno seguirli, contribuendo a costruire una rete territoriale di tutela, informazione e resistenza democratica.

Ogni cittadino può chiedere al proprio Comune di discutere e votare una delibera in difesa del territorio, delle colture locali, del biologico, della salute e della libertà di scelta.

Difendere la biodiversità non significa opporsi alla ricerca. Significa chiedere che la ricerca sia trasparente, controllata, responsabile e rispettosa della vita.

La vera innovazione non cancella la prudenza. La vera innovazione non concentra il potere nelle mani di pochi. La vera innovazione custodisce la Terra, protegge le generazioni future e mette la tecnologia al servizio della vita, non il contrario.

Ciro Aurigemma
Socio e Delegato Lazio A.V.I.
Associazione Vegetariana Italiana

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